mercoledì 3 giugno 2015

Ian McEwan - For You

Ian McEwan
For You
traduzione: Susanna Basso
Einaudi, 106pp

Negli anno ‘80 Ian McEwan e Michael Berkeley – compositore e marito dell’agente letterario di McEwan, Deborah Rogers – collaboravano alla stesura di Or Shall We Die?, un oratorio sulla problematica del nucleare. A trent’anni di distanza, sono tornati a lavorare insieme in For You, un’opera teatrale commissionata dal Music Theatre Wales di Cardiff e che in terra inglese ha già suscitato parecchio interesse da parte degli appassionati. For You ruota attorno ad una domanda, ossia, quanto il potere o il talento di un uomo possano giustificare un suo comportamento licenzioso e libertino. McEwan crea, così, il suo dramatis personae con Charles Frieth, sessantenne direttore d’orchestra, compositore e donnaiolo, la di lui moglie ammalata quanto tradita, il di lei dottore innamorato, un segretario tutto fare, una suonatrice di corno e Maria, la governante polacca di casa Frieth. Genio creativo, sesso, musica, tradimento e misunderstanding sono gli elementi che McEwan rielabora insieme ai suoi personaggi per i due atti di For You. Così tornano l’instabile Jad Perry de L’amore fatale nelle vesti di Maria, quel Clive Linley tanto ossessionato dalla sua musica in Amsterdam o le inesorabili conseguenze di un equivoco del bellissimo Espiazione. Vi è persino una scena in between the sheets, tra le lenzuola, come recita il titolo di una sua raccolta di racconti. In una intervista rilasciata al Times su questa sua virata artistica nel libretto d’opera, McEwan ha confessato di non apprezzare molto certe produzioni operistiche, troppo spesso caratterizzate da musiche di gran qualità, ma da plots poco interessanti. Sceglie, così, un approccio diverso, basato su di uno “psychological realism”, un realismo psicologico, più stimolante e nelle sue corde, con la ferma intenzione di salvaguardare non solo un maggior equilibrio qualitativo tra testo e musica, ma anche la loro fruibilità, tanto da pretendere che l’opera fosse sottotitolata durante tutta la rappresentazione stessa.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.81 settembre/ottobre 2009)

Paola Mastrocola - La narice del coniglio

recensione paola mastrocola
Paola Mastrocola
La narice del coniglio
Guanda, 76pp

Pubblicato inizialmente nel 2008 tra I corti di carta del Corriere della sera in una variante più breve, La narice del coniglio è una storia sui piccoli aspetti della vita che, però, fanno una personalità. Immaginate di viaggiare in treno. Questo prende velocità e tutte le cose che state guardando fuori dal finestrino iniziano a mescolarsi. I colori, i contorni, le distanze, ogni particolare si confonde e diventa di un grigio uniforme. In quel momento avreste bisogno di un finestrino speciale da dove poter guardare tutto per come è realmente. Barbara Lope ha il suo finestrino speciale. Quando il mondo non va, quando vorrebbe essere altrove, quando è ad un passo dal fare qualcosa che non la convince o che tutti si aspettano che lei faccia, quando quel “grigio” arriva, Barbara ha un gesto, un tic, un suo “maniglione antipanico” che le permette di mettere un piede fuori dalle regole e dagli schemi. Barbara fa la narice del coniglio! Un gesto buffo, spesso fuori luogo e poco garbato, ma non è solo un tic o una mania, qualcosa di fisico che il corpo si porta dietro per qualche scherzo delle terminazioni nervose, è anche un pensiero, un’abitudine, un atteggiamento. Senza essere una ribelle o un’anticonformista, Barbara riesce a non farsi travolgere da ciò che l’allontana proprio da se stessa, sa rinunciare a quelle scelte dettate solo dalla ragione, dal portafoglio, o magari dall’età, per portare con sé solo le cose più importanti. In realtà, questo libro è un respiro. Un inno alla libertà. Certo, Barbara si muove in un mondo abbastanza edulcorato, dove certe scelte più rischiose si possono anche fare, ma questo bildungsroman sui generis è soprattutto una metafora sulle attenzioni che possiamo avere verso noi stessi. La Mastrocola usa la gentilezza della semplicità e dell’ironia per disegnare una storia su come diventare grandi senza perdere la propria identità e conservare quel giovanile guizzo di irregolarità e rimanere padroni di sé. Perché si deve vivere ascoltando più se stessi e meno tutti gli altri. Perché “tutti gli altri” sono troppi e di se stessi ce n’è uno solo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.81 settembre/ottobre 2009)

Yoani Sánchez - Cuba Libre Vivere e scrivere all’Avana

recensione cuba libre
Yoani Sánchez
Cuba Libre Vivere e scrivere all’Avana
traduzione: Gordiano Lupi
Rizzoli, 238pp

A Cuba una connessione internet è un lusso, poter scrivere liberamente è un lusso ancora maggiore, se non addirittura un atto eversivo, magari finanziato dalla CIA. Quando nel marzo del 2008 il governo cubano oscurò il blog di Yoani Sánchez, Generación Y era già abbastanza noto perché alla sua autrice andassero, di lì a due mesi, prima il premio Ortega y Gasset per il giornalismo digitale istituito da El País e, a maggio, il novero del New York Time tra le cento persone più influenti del mondo. Yoani Sánchez, nata a Cuba nel 1975, filologa e per breve tempo transfuga in Svizzera, nel 2004 torna all'Avana e si impiega presso il portale DesdeCuba.com come webmaster. Le ragioni del suo rientro non sono ben chiare neppure a lei, ma quello che ritrova la motiva maggiormente a restare. Nel 2007 posta il suo primo messaggio su Generación Y, nome che Yoani Sánchez ha scelto pensando alla sua generazione, cresciuta tra gli anni ’70 e ’80, battezzata con una Y nel nome, dall’assonanza vagamente sovietica, e passata attraverso le restrizioni economiche del períodio especial, il razionamento, le limitazioni sociali, l’embargo e l’eredità di una ideologia mai sentita veramente. Yoani Sánchez scrive delle buche per le strade, delle buste per la spesa che restano vuote, della carenza di insegnanti, delle difficoltà derivate dal doppio conio (i pesos di poco valore per lo stretto necessario ed i pesos convertibili in dollari per beni dal costo proibitivo), della corrispondenza violata dal controllo delle autorità, del sospetto e, soprattutto, del mercato nero, dove non si trafficano solo oggetti materiali, ma anche l’informazione - non quella di stato - sotto l’ombra onnipresente del Líder máximo. Un blog di protesta non ideologica ma raccontata attraverso la vita quotidiana di quell’Avana lontana dall’immaginario turistico che la Sánchez stessa non può che criticare. Alla censura cubana di Generación Y ha risposto un’intera community internazionale che ha permesso a Yoani Sánchez di continuare a scrivere, inviare i suoi post per e-mail e saperli ugualmente pubblicati e tradotti in diciassette lingue. Di questi post, Rizzoli propone una scelta a cura di Gordiano Lupi, già autore della versione italiana di Generación Y (http://desdecuba.com/generaciony_it/). Attualmente la Sánchez è anche tra le firme del settimanale Internazionale.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.80 luglio/agosto 2009)


Michela Murgia - Accabadora

recensione michela murgia
Michela Murgia
Accabadora
Einaudi, 164pp

Dopo Viaggio in Sardegna e la più recente partecipazione in Lavoro da morire, Michela Murgia conferma la sua presenza in Einaudi per il suo primo romanzo, così come lo ha definito su Il Sardegna, ripensando a Il mondo deve sapere, uno smaliziato real-book sulla vita nei call center cui la Murgia sente di attribuire un valore più “documentale” che narrativo.
In effetti, la differenza tra i due testi è lampante e sarebbe anche inutile argomentarla, se non fosse per il passo che la Murgia ha voluto compiere verso una narrativa più matura, più compiuta, più difficile. Siamo negli anni ’50, in un paesino della Sardegna, quando l’isola era ancora un luogo lontanissimo dal resto dell’Italia, dal “continente”, come la chiamava Grazia Deledda, e molte usanze erano ancora vive. Maria Listru è una fill’e anima, una figlia dell’anima, una bambina adottata dalla vecchia Bonaria Urrai per aiutare la madre di Maria, più povera, ad allevare l’ultima figlia, “la quarta”. Bonaria Urrai, però, non è solo una benefattrice. Bonaria Urrai è un segreto, fatto di freddezza e saggezza, l’una per disfare e l’altra per non dimenticare, mai.
Bonaria incarna la legge del popolo, più forte di quella scritta, nata dalla necessità e che ha il suo espediente per aggiustare le cose, un rimedio risaputo ma bisbigliato, talmente lontano dal nostro quotidiano che le cronache italiane non ne fanno più menzione da almeno mezzo secolo. Perché Bonaria, quando viene chiamata al capezzale di malati e moribondi, sa fare ciò che è necessario per acabar, per porre fine alla vita di chi una vita, ormai, non può più avere. E, perché no, anche al travaglio dei relativi parenti. Ai margini di questa vita segreta di Bonaria sta Maria, perché Accabadora è anche un libro su madre e figlia, su un rapporto nato da un’usanza e che da un’usanza viene rotto e ricomposto, in una Sardegna appena accennata nei paesaggi e che la Murgia preferisce esprimere attraverso i suoi personaggi, con le loro parole, i loro ragionamenti, con quella visione della vita fatta anche di cose invisibili, di credenze, di vendetta, di silenzio.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.80 luglio/agosto 2009)

Chris Killen - La casa degli amanti indecisi


Chris Killen
La casa degli amanti indecisi
traduzione: Costanza Prinetti
Einaudi, 168pp

Chris Killen, inglese di Manchester, debutta in Italia con un libro dai toni leggeri ed allo stesso tempo grigi. La casa degli amanti indecisi, a dispetto del titolo, non è esattamente una storia d’amore. Will è un ragazzo annoiato, stanco del proprio lavoro, poco pratico dell’universo femminile e profondamente prevenuto nei propri confronti. Will ha un amico, un altro Will, artista, ben quotato, narciso, gira il mondo e le donne con estrema disinvoltura e tutto gli va schifosamente liscio. Quando il primo Will, con sua grande sorpresa, inizia una relazione con la bella Alice, ragazza che altrimenti avrebbe definito inarrivabile, non può fare a meno di sprofondare in una distorta e paranoica versione della loro storia, una versione a tre, immaginaria ma non troppo. Killen intreccia, poi, la trama principale con le vicende di Helen, attrice mai realizzatasi, che per arrotondare esegue prestazioni sessuali sul web. I plot sono destinati, ovviamente, a convergere e con un incastro spazio-temporale lasciato all’intuito del lettore, Killen crea uno stuzzicante who’s who tra i suoi personaggi. Una struttura, sulle prime, piacevolmente disorientante, ma che, poi, va gradualmente ridimensionandosi per smorzarsi definitivamente in un finale dove i fili si intrecciano senza, però, stringere bene il nodo. Questo potrebbe essere un deterrente nell’approcciarsi ad un nuovo autore, tuttavia va fatta un’ulteriore riflessione. La qualità di questo esordiente sta nel raccontare di una coppia moderna senza prendersi troppo sul serio. Con uno speech essenziale ed ironico, non indugia sulla drammaticità o sulla passione, non vuole creare con Will un nuovo doppio letterario. Preferisce che gelosia e dolcezza lascino il posto ad ossessioni e vite virtuali. La raison d’etre de La casa degli amanti indecisi è raccontare una mente. Una mente che vaga nelle proprie paure, nelle proprie debolezze, nella strenua convinzione che la felicità non è cosa per sé, neppure quando ti cade tra le braccia nel momento in cui meno te lo aspetti.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.80 luglio/agosto 2009)


mercoledì 27 maggio 2015

Lloyd Jones - Il libro della gloria

lloyd jones liblo della gloria recensione
Lloyd Jones
Il libro della gloria
traduzione: Andrea Sirotti
Einaudi, 210pp

Nel 1905 la squadra neozelandese di rugby dava inizio ad una tournée intercontinentale per affrontare le maggiori squadre europee ed americane, con il risultato di trentatre partite vinte ed una sola sconfitta, ottocentotrenta punti conquistati e solo trentanove subiti. Erano gli Original, che la stampa ribattezzò presto gli All Blacks, per la loro tipica tenuta nera o, come vuole la leggenda, per un errore tipografico della descrizione della loro tecnica di gioco, all backs, ossia, tutti in attacco, una tattica che gli europei non avevano mai sperimentato.
Il libro di Jones, già noto ai lettori Einaudi per il suo Mister Pip, non è un’opera di taglio giornalistico o un reportage storico in senso classico, ma neppure un romanzo. Dovete pensare a Il libro della gloria come ad un vecchio ed ingiallito blocco d’appunti, ad un album di scatti in bianco e nero, ad un diario di viaggio nel vecchio continente, ed oltre. Come ad un coro ad una sola voce. A parlare degli All Blacks, infatti, non è l’autore, ma gli stessi All Blacks. Con un insolito “noi narrante” – al tempo stesso di tutti e di ciascuno, onnisciente ed autobiografico – ed una punteggiatura sapientemente quasi assente, Jones ricostruisce un’unica grande eco storica, una haka immortale per quei ventisette ragazzi che fecero l’impresa. Una serrata corrente di impressioni e ricordi ed ancora resoconti delle partite, punteggi e persino i menù delle cene. Un ritmo di memorie (e di lettura) intenso, anche se non sempre facile da sostenere, se non fosse per quella voce che non sa perdere mai – neppure lei – l’entusiasmo.
Ma chi erano, poi, questi ventisette eroi? Perché la vera storia è questa! Billy Stead è calzolaio, Billy Wallace un fabbro, Bill Cunnigham un minatore, Jimmy Hunter un agricoltore. Giusto per fare qualche nome. E queste origini umili gli All Blacks non le dimenticano mai, nonostante le vittorie, i riconoscimenti e la fama. Perché lo spirito degli Original, e di questo omaggio di Lloyd Jones, è tutto nell’agonismo, nella nostalgia, in quel loro “non volevamo interrompere l’Inghilterra, non volevamo attirare l’attenzione su di noi” mentre, con lo sguardo pieno di stupore ed il passo un po’ incerto scendono sul molo inglese al loro arrivo in Europa e nella Storia.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.80 luglio/agosto 2009)


lunedì 18 maggio 2015

Mercè Rodoreda - La Piazza del Diamante

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Mercè Rodoreda
La Piazza del Diamante
traduzione: Giuseppe Tavani
La Nuova Frontiera, 223pp

In occasione del centenario della nascita di Mercè Rodoreda (1908-1983), La Nuova Frontiera ripropone in Italia uno dei suoi testi più importanti, sia per la letteratura catalana che europea. Una data che si accompagna anche ad un riconoscimento tardivo della critica nei suoi confronti, quale una delle maggiori autrici del dopoguerra spagnolo, tanto che, in un pluricitato articolo de El Pais degli anni ’80, lo stesso Gabriel García Márquez si stupiva di come, alla scomparsa della Rodoreda, la notizia non avesse oltrepassato i confini iberici. In merito, del 2008, si è parlato come dell’Año Rodoreda: su iniziativa della Fundación Mercè Rodoreda e delle istituzioni spagnole si sono avvicendate ristampe editoriali in tutta Europa, giornate accademiche a Parigi e New York, una riduzione teatrale di Josep Maria Benet i Jornet, rigorosamente in catalano, e la presentazione di una edizione gratuita de La Piazza del Diamante alla Fiera del libro di Francoforte. Un anniversario che, con questo libro, ci porta indietro di settant’anni, all’alba della guerra civile spagnola fino all’ascesa di Francisco Franco, quando la Rodoreda, antifascista e impegnata sul fronte indipendentista del governo autonomo della Catalogna, sceglieva un esilio trentennale che si sarebbe concluso solo nel 1972. È sul filo di questi anni che si svolge la La plaça del Diamant ed è proprio là, in quella piazza barcellonese, che con un paso doble di danza, Natàlia conosce il futuro sposo Quimet. Ragazza timida, di poche parole e ancor meno malizia, Natàlia viene così trascinata nella vita, con un marito passionale e carismatico, allevatore di colombi ed ebanista, un amore che, poi, la guerra civile le porterà via, lasciandola sola e con due figli da crescere. Un iter durissimo che sfiorerà la tragedia e dal quale si riscatterà solo con un secondo salvifico matrimonio, non privo, però, di vecchie ferite. La voce che la Rodoreda adotta è la voce di Natàlia stessa, meravigliata, remissiva, concitata, felice e disperata, più vicina al parlato della confidenza che alla parola scritta, “con uno stile” – si legge nella postfazione di Giuseppe Tavani – “volutamente discorsivo, ritornante, quasi elementare ma che si mantiene in prezioso equilibrio tra lingua viva e «grammatica»” e che “rievoca le vicende quotidiane di una donna semplice, ingenua, fragile eppure capace di far fronte alle difficoltà crescenti della vita con insospettate risorse”. Una voce che è anche quella del popolo catalano, trafitto e privato della propria libertà, dove i ricordi, gli affetti e le paure si spiegano e si raccontano con immagini altrettanto semplici, come l’umile veccia del droghiere, il vecchio orologio di Quimet, lo svolazzare dei suoi colombi o le fucilazioni in piazza e le bandiere, tesori della memoria e del “tempo che non si vede e ci impasta”. 

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.79 maggio/giugno 2009)