mercoledì 3 giugno 2015

Paola Mastrocola - La narice del coniglio

recensione paola mastrocola
Paola Mastrocola
La narice del coniglio
Guanda, 76pp

Pubblicato inizialmente nel 2008 tra I corti di carta del Corriere della sera in una variante più breve, La narice del coniglio è una storia sui piccoli aspetti della vita che, però, fanno una personalità. Immaginate di viaggiare in treno. Questo prende velocità e tutte le cose che state guardando fuori dal finestrino iniziano a mescolarsi. I colori, i contorni, le distanze, ogni particolare si confonde e diventa di un grigio uniforme. In quel momento avreste bisogno di un finestrino speciale da dove poter guardare tutto per come è realmente. Barbara Lope ha il suo finestrino speciale. Quando il mondo non va, quando vorrebbe essere altrove, quando è ad un passo dal fare qualcosa che non la convince o che tutti si aspettano che lei faccia, quando quel “grigio” arriva, Barbara ha un gesto, un tic, un suo “maniglione antipanico” che le permette di mettere un piede fuori dalle regole e dagli schemi. Barbara fa la narice del coniglio! Un gesto buffo, spesso fuori luogo e poco garbato, ma non è solo un tic o una mania, qualcosa di fisico che il corpo si porta dietro per qualche scherzo delle terminazioni nervose, è anche un pensiero, un’abitudine, un atteggiamento. Senza essere una ribelle o un’anticonformista, Barbara riesce a non farsi travolgere da ciò che l’allontana proprio da se stessa, sa rinunciare a quelle scelte dettate solo dalla ragione, dal portafoglio, o magari dall’età, per portare con sé solo le cose più importanti. In realtà, questo libro è un respiro. Un inno alla libertà. Certo, Barbara si muove in un mondo abbastanza edulcorato, dove certe scelte più rischiose si possono anche fare, ma questo bildungsroman sui generis è soprattutto una metafora sulle attenzioni che possiamo avere verso noi stessi. La Mastrocola usa la gentilezza della semplicità e dell’ironia per disegnare una storia su come diventare grandi senza perdere la propria identità e conservare quel giovanile guizzo di irregolarità e rimanere padroni di sé. Perché si deve vivere ascoltando più se stessi e meno tutti gli altri. Perché “tutti gli altri” sono troppi e di se stessi ce n’è uno solo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.81 settembre/ottobre 2009)

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