Paola
Mastrocola
La
narice del coniglio
Guanda, 76pp
Pubblicato
inizialmente nel 2008 tra I corti di carta del Corriere della sera in una variante più breve, La narice del coniglio è una storia sui piccoli aspetti della
vita che, però, fanno una personalità. Immaginate di viaggiare in treno. Questo
prende velocità e tutte le cose che state guardando fuori dal finestrino
iniziano a mescolarsi. I colori, i contorni, le distanze, ogni particolare si
confonde e diventa di un grigio uniforme. In quel momento avreste bisogno di un
finestrino speciale da dove poter guardare tutto per come è realmente. Barbara
Lope ha il suo finestrino speciale. Quando il mondo non va, quando vorrebbe
essere altrove, quando è ad un passo dal fare qualcosa che non la convince o
che tutti si aspettano che lei faccia, quando quel “grigio” arriva, Barbara ha
un gesto, un tic, un suo “maniglione antipanico” che le permette di mettere un
piede fuori dalle regole e dagli schemi. Barbara fa la narice del coniglio! Un
gesto buffo, spesso fuori luogo e poco garbato, ma non è solo un tic o una
mania, qualcosa di fisico che il corpo si porta dietro per qualche scherzo
delle terminazioni nervose, è anche un pensiero, un’abitudine, un
atteggiamento. Senza essere una ribelle o un’anticonformista, Barbara riesce a
non farsi travolgere da ciò che l’allontana proprio da se stessa, sa rinunciare
a quelle scelte dettate solo dalla ragione, dal portafoglio, o magari dall’età,
per portare con sé solo le cose più importanti. In realtà, questo libro è un
respiro. Un inno alla libertà. Certo, Barbara si muove in un mondo abbastanza
edulcorato, dove certe scelte più rischiose si possono anche fare, ma questo bildungsroman sui generis è soprattutto una metafora sulle
attenzioni che possiamo avere verso noi stessi. La Mastrocola usa la gentilezza
della semplicità e dell’ironia per disegnare una storia su come diventare
grandi senza perdere la propria identità e conservare quel giovanile guizzo di
irregolarità e rimanere padroni di sé. Perché si deve vivere ascoltando più se
stessi e meno tutti gli altri. Perché “tutti gli altri” sono troppi e di se
stessi ce n’è uno solo.
Luca Benedetti

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