martedì 30 giugno 2015

Francesco Dimitri - Alice nel paese della vaporità

alice
Francesco Dimitri
Alice nel paese della vaporità
Salani Editore, 288pp

Trovare questo libro dopo tanto digiuno di fantasy et similia è stata una vera sorpresa che, devo confessare, mi ha riportato indietro di più di dieci anni quando scoprii Nessundove di Neil Gaiman nella vecchia collana Il libro d’oro della Fanucci e Le Piume di Vurt di Jeff Noon (Frassinelli, ormai introvabile; ed a questo punto non posso non citare anche il suo Alice nel paese dei numeri, sempre Frassinelli, sempre introvabile).
In calce al libro, una nota sulla Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, una patologia che distorce la percezione della realtà. Da questo spunto Dimitri rielabora il classico di Lewis Carroll inserendolo in un filone urban fantasy italiano che aveva esplorato con Pan un paio di anni fa.
Dell’Alice originale, però, si limita a riprendere alcuni nomi e personaggi ed a stravolgerli a suo piacimento – Alice è un’antropologa, il Coniglio Bianco un feroce assassino, lo stregatto un diavolo dei crocicchi – creando, prima di tutto, un mondo tutt’altro che meraviglioso, la Steamland, una sorta di terra di nessuno vicino una Londra vittoriana dal forte accento – ovviamente – steampunk, popolata da mutanti, reietti, vampiri, monaci samurai ed altri prodotti della vaporità del titolo: una sorta di evoluzione del vapore, uno scarto industriale, una sostanza allucinogena che permea tutta l’aria, tanto potente da mostrare continuamente una realtà distorta (o forse proprio la realtà effettiva) e tanto densa da poterci volare sopra.
Inutile dire che riprendere un classico è difficile, rischioso. Dimitri riadatta il necessario, non si lascia stringere da vecchi nodi e raggiunge una formula narrativa indipendente, strutturata attraverso quelli che definisce la Carne, l’Incanto e il Sogno, i tre Aspetti della realtà già elaborati in Pan.
Con queste premesse, l’avventura di Alice è esplorazione e lotta allo stesso tempo, un viaggio violento e sciamanico. La vaporità stessa non resta solo un elemento dell’ambientazione, ma dà una “filosofia” a tutta la storia. Ma qual è la storia?  Quella vera? Perché Dimitri va oltre il plot e la sua diventa una storia meta testuale, un libro nel libro che muta come muta la vaporità, prende una forma diversa e Alice Liddell diventa una delle tante possibili Alice Liddell delle tante possibili realtà.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Fred Vargas - Prima di morire addio

Fred Vargas
Prima di morire addio
traduzione: Margherita Botto
Einaudi, 196pp

Sicuramente la copertina cardinalizia e le bufere mediatiche di qualche mese fa sulla condotta morale di alcuni uomini di chiesa potrebbero attirare l’attenzione di un lettore affezionato e farlo sperare in una strana coincidenza tra quello che succede tra Italia e Germania e quella che potrebbe essere una variazione d’autore su questo tema. In realtà, in attesa della prima graphic novel della Vargas, Einaudi propone un ripescaggio d’annata, il 1994, precedente, insomma, a molti titoli che hanno dato fama allo pseudonimo della signora Frédérique Audouin-Rouzeau. Premessa dovuta, se non altro, per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Questo per chiarire che se Prima di morire addio tradisce un po’ le aspettative, dall’altro è un testo che non ha alle spalle il mestiere e le rifiniture che fanno della Vargas l’autrice che è oggidì. La scena si svolge a Roma, tra Piazza San Pietro, Borgo Pio e Piazza Farnese, dove viene ucciso Henri Valhubert, esperto d’arte venuto a Roma per visionare un’opera inedita di Michelangelo presso la Biblioteca Vaticana. Ad occuparsi del caso saranno l’ispettore Ruggeri del commissariato di via del Mascherino, dietro la città del Vaticano, e Richard Valance, venuto dalla Francia sulle tracce di Valhubert; coinvolti nelle indagini, la moglie della vittima, il figlio Claude ed i suoi amici Tiberio e Nerone, un terzetto di studenti francesi brillanti, dissoluti e fuori dagli schemi e protetti dall’occhio vigile del cardinale Lorenzo Vitaletti, amico della famiglia Valhubert. Per quanto il canovaccio vargassiano ci sia e per quanto vi si possano ritrovare gli abbozzi di un Danglard o dei tre Evangelisti, manca, però, quel mestiere cui si accennava in apertura; Roma stessa è poco più che nominata, l’ambiente vaticano si regge su un’ aurea data solo dal suo nome, ma ne esce privo di qualsiasi autorità e severità, mentre le suggestioni che un’ambientazione così potrebbe suscitare vengono delegate troppo alla fantasia dei lettori. Quello che lascia, però, più perplessi è la facilità con cui sembrano accadere le cose, una semplicità che rende il caso meno oscuro di quanto in realtà sia, nella speranza – di chi legge – che poi la risoluzione finale non sia la più scontata e banale. Un colpo al cerchio ed una alla botte: Prima di morire addio è un libro scritto con dieci anni di anticipo, deludente ma foriero di una cifra che fortunatamente già conosciamo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Marco Balzano - Il figlio del figlio

recensione balzano
Marco Balzano
Il figlio del figlio
Avagliano Editore, 168pp

Questo è un libro che fa bene.
I protagonisti sono padre, figlio e nipote della famiglia Russo, pugliesi di nascita e milanesi di adozione, che, per una comunissima diatriba familiare intorno alla vendita della vecchia casa al mare, fanno ritorno a Barletta per sistemare l’annosa questione.
Marco Balzano, anch’egli milanese di origini pugliesi, dopo un libro di poesie e di un saggio su Leopardi, fa il suo esordio nella narrativa con questo romanzo dallo spiccato accento autobiografico e lo fa con voce sicura ed un’enorme sensibilità, senza bravure forzate, vicoli ciechi o passi falsi.
I Russo non sono per nulla artificiosi nel loro essere personaggi, in poche pagine già sono Leonardo, Riccardo e Nicola, tre caratteri, tre storie che sono una storia sola: un contadino analfabeta che per seguire il figlio lavoratore abbandona tutto e si trasferisce in un Italia che non sarà mai la sua nuova casa, il figlio, già adulto sin da ragazzo, uomo pratico che si è costruito da solo, ed il figlio del figlio, Nicola, che, sempre vissuto al nord, non ha mai conosciuto la fatica o la povertà. Tre strade parallele che tornano indietro negli anni, costeggiando pezzi di storia familiare e confrontandosi inevitabilmente con un passato rimasto là, al sud. Ciascuno il suo.
Diversi sono i modi di pensare, di guardare le strade, di salutare le persone o di passare le giornate in quella vecchia casa piena di polvere e di oggetti, oggetti che sono sì loro, ma che ormai non gli appartengono più. Diversi sono i modi di parlare; è proprio il tassello della lingua, poi, che permette l’incastro più vivido, quello del dialetto, di cui l’ultimo genuino detentore è nonno Leonardo, figura monumentale in tutto il libro: l’unico per cui l’italiano è ancora un’altra lingua e che quello sradicamento dal sud non lo ha mai superato, l’unico che non è mai cambiato e che a quel rudere giù a Barletta ci tiene ancora.
Rubo una frase dall’introduzione di Luisa Adorno: “Pensai che per affezionarsi a qualcosa possono bastare le parole di un altro ha detto a un certo punto Balzano. Ecco, è proprio quello che è successo a me”. Questa, forse, è la sintesi migliore per capire l’intimità che si trova ne Il figlio del figlio e nell’incastro di rapporti a cui Balzano dà voce tra queste generazioni tanto diverse che difficilmente riescono ad amarsi nello stesso modo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Joel Stone - Il dossier Gerusalemme

Joel Stone
Il dossier Gerusalemme
traduzione: Nello Giugliano
Edizioni e/o, 155pp

Nonostante il titolo faccia pensare ad una spystory, questo secondo ed ultimo libro di Joel Stone (l’autore è scomparso nel 2007) prende solo gli spunti del romanzo d’azione per diventare una storia molto più intima ed universale. Levin, un sessantenne ex agente dei servizi segreti israeliani, si reinventa detective privato e si mette sulle tracce di Deborah Kaye e del suo presunto amante Karl Weiss per conto del marito di lei. Quando Weiss viene ucciso, in quello che sembra un attentato terroristico, è la stessa donna ad assumere Levin per far luce sulla vicenda. Levin si ritrova, così, impegnato in una doppia indagine e sempre più coinvolto dalla sua cliente. In realtà, l’idea iniziale sembra essere solo un pretesto. Stone riduce gli elementi e gli eventi al minimo – un marito geloso, una donna irresistibile ed un detective solo e senza uno scopo – per lavorare più intensamente sull’atmosfera.
Levin è un uomo che conosce i segreti e le verità della sua città ed è attraverso il suo sguardo che Stone racconta Gerusalemme: un luogo desideroso di una quotidianità “normale”, più occidentale, ma sempre in attesa; ne esce fuori, ovviamente, una riflessione sul terrorismo, anch’essa altrettanto minimalista, direi civica. Per Levin non c’è una guerra religiosa in atto, per lui esistono solo le bombe, le vetrine che esplodono o la gente che si fa saltare in aria.
Da un quartiere lontano o dal marciapiede di fronte, le esplosioni tagliano trasversalmente la città, come un tuono fuori-campo che arriva ovunque e può colpire chiunque.
La paura, l’abitudine alla paura, le schegge, le vittime, quelli che corrono in aiuto dei feriti, quelli che restano a terra, sono il sistema nervoso che regge tutta Gerusalemme e la solidarietà che si crea tra i sopravvissuti, verso chi si ama ed anche verso chi solitamente si odia, è il dilemma tra le righe di questo thriller interrotto: “eccola la verità innominata del terrorismo. Non era solo dalla minaccia esterna che ti ritraevi impaurito. Anche questo senso di comunanza ti minacciava. Questa intimità poteva anche spingerti a fare le valigie ed andar via”. Ed è questo il vero Jerusalem file, è un’atmosfera – declinata anche nell’assottigliarsi della trama – che piega ogni avvenimento alla sua caducità, lo riduce all’attimo stesso in cui esso avviene perché è quanto mai incerto quello successivo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.85 maggio/giugno 2010)

Élmer Mendoza - Proiettili d’argento

ELMER MENDOZA RECENSIONEÉlmer Mendoza
Proiettili d’argento
traduzione: Pino Cacucci
La Nuova Frontiera, 271pp

Proiettili d’argento è il primo libro di Élmer Mendoza tradotto in Italia, ma l’ultimo di una serie che, in Messico, gli ha valso, da parte della critica, la definizione di narcoescritor. Professore universitario, intellettuale e romanziere, quando se ne parla ricorrono spesso nomi come Hammett, Joyce ed il nostro Sciascia, maestri dai quali Mendoza sembra aver attinto più di una lezione sullo scrivere e sull’essere uno scrittore.
Se al noir ed al hard-boiled è debitore per il personaggio di Edgar Zurdo Mendieta, “un semplice poliziotto di quarantatre anni che vestiva sempre di nero, non si radeva da tre giorni ed era ormai incapace di innamorarsi”, e se a Joyce si avvicina per uno stile fluidissimo, dove pensieri, azioni e dialoghi si fondono in un unico periodare, dinamico, breve ed adattissimo alla storia, di Sciascia segue, invece, le motivazioni.
Là dove, quindi, narcoescritor sembra un epiteto ad effetto, parlare di un noir sociale rende meglio l’idea: vivere e scrivere a Culiacán – capitale dello stato messicano di Sinaloa, una delle basi operative dei cartelli della droga – significa, intenzionalmente o meno, scrivere e descrivere anche la vita secondo la “cultura” del narcotraffico, una narcoconvivenza, fatta di sparatorie, omicidi e corruzione, che questa cultura ha radicato in città come Culiacán, Ciudad Juárez e Tijuana. Per questo Proiettili d’argento è un libro estremamente fisico, violento, dove la forma è sottomessa al ritmo ed il ritmo ad una realtà di fatto altrettanto violenta e difficile da controllare.
In questo modo le indagini di Zurdo Mendieta sull’omicidio del giovane avvocato Bruno Canizales, figlio di un noto candidato alle presidenziali, si intrecciano direttamente con la politica e con l’impero criminale della famiglia Valdés. Un impero che el Zurdo conosce bene ma che non sembra temere, ruvido nella sua sfrontatezza e nel suo intuito, distrutto nello spirito da un amore impossibile per la strepitosa Goga Fox, ma non nel mestiere, quando affronta la pupilla dei Valdés, Samantha, o quando non lo stupisce essere il bersaglio di attentati ed intimidazioni a colpi di mitra, mentre la risoluzione del caso diventa sempre più lontana. Perché a Culiacán, Messico, dove “la polizia è la più corrotta del mondo” ed a dettar legge sono i narcos con le loro faide ed i loro traffici, nessuno sembra essere il colpevole, o meglio, tutti sembrano avere le loro colpe ma ben poche risposte.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.85 maggio/giugno 2010)

giovedì 11 giugno 2015

Banana Yoshimoto - Delfini

banana yoshimoto recensione
Banana Yoshimoto
Delfini
traduzione: Alessandro Giovanni Gerevini
Feltrinelli, 175pp

Un mare denso. Questa l’immagine che ho avuto in mente durante tutta la lettura di Delfini.
Kimiko è una ragazza indipendente ed autonoma, senza troppi legami, neppure con il padre e la sorella. Dopo un flirt con Goro, un uomo già impegnato con una donna più grande, preferisce allontanarsi da lui senza approfondire ulteriormente il loro rapporto, portando con sé solo il ricordo di una romantica notte iniziata all’acquario di Tokio. Questa scelta la spinge via dalla città, prima come cuoca in un tempio frequentato da donne dai difficili trascorsi e poi, in solitudine, in una casa al mare imprestatale da un suo amico. Ad interrompere questo sereno vagabondare sarà un’inquietudine crescente che troverà una spiegazione solo grazie ad una ragazza conosciuta al tempio, e dotata di facoltà psichiche, che le rivelerà di essere incinta di Goro.
Una gestazione raccontata tra pagine di delicata semplicità ed altre dal sapore più gotico in cui la Yoshimoto lavora su due immagini fortissime nella mente di Kimiko: i delfini, visti all’acquario insieme a Goro alla vigilia del concepimento di Akane e gli animali imbalsamati da lei rinvenuti nella casa di villeggiatura. Questi sono probabilmente i passaggi più suggestionanti del libro, quasi fastidiosi, una sorta di limbo sensoriale dove quel mare denso arriva tutto, lentamente, con la sonnolenza di Kimiko, la sua perenne stanchezza, i malsani odori nella casa, i sogni sui delfini e sulla madre trapassata da tempo e quegli animali senza vita, sgradite suppellettili domestiche che diventano figure totemiche da interpretare ed esorcizzare e che altro non sono se non le incertezze sulla futura nascitura e sullo stesso Goro. Un libro sulla maternità che la Yoshimoto affronta come sa fare, attraverso i suoi temi più classici – il destino, la famiglia, l’amore, la morte – elaborando una gravidanza inattesa e disseminata di incontri, simboli, sogni ed incubi ad occhi aperti che convergono tutti nella nascita della piccola Akane. Una piccola genesi che passa per i luoghi oscuri dell’animo di una Kimiko che deve mettere in discussione la propria persona per confrontarsi con la complessità dell’essere donna, figlia ed ora madre e compagna di vita.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)

Gioacchino Criaco - Zefira

recensione criacoGioacchino Criaco
Zefira
Rubbettino, 193pp

Dopo il successo di Anime nere, sempre per Rubbettino, Gioacchino Criaco continua a raccontare la sua Calabria con una storia di uomini d’onore ed uomini di legge.
L’impianto è classico e godibilissimo: un “omicidio eccellente” sconvolge il tacito equilibrio criminale che regna tra i potenti di Zefira e la polizia, a seguire le indagini il commissario Luca Rustici, milanese da pochi mesi trasferito a Zefira. Poco rumoroso, solitario, ma curioso e con tutta una vita da recuperare (o da dimenticare), Luca Rustici è un filtro a maglie larghe dal quale man mano Zefira fuoriesce con tutta la sua bellezza e la sua crudezza. Ed è importante che questo protagonista non sia solo un veicolo di legge en plein, perché lascia modo a Criaco di creare una sorta di premessa emozionale con cui permea tutto il suo testo. Zefira è una storia sulla lontananza, una triplice lontananza.
Una di Rustici, lontano da casa, dal Nord, nella piccola e misconosciuta Zefira pronta a sedurlo, distrarlo e pilotarlo. L’altra dello Stato, delle istituzioni e delle regole che a Zefira sembrano essere assenti ed inefficaci ed infine la lontananza di Zefira stessa, irraggiungibile e forte delle leggi che si è fatta da sola.
La lezione che Rustici impara è che quando lo Stato non c’è, quando tutto viene deciso da troppo lontano per essere vero, allora “i zefiresi fanno da soli. Come sempre”.
Questa diversità, questa asimmetria tra uno potere e l’altro, è la leva che Criaco usa per sollevare il coperchio della trama e raccontare un luogo e la sua gente, quella comune e quella della ‘ndrangheta.
Ed allora forse è sbagliato parlare di Zefira solo come di “una storia”. Perché per Criaco questa non è solo l’ambientazione di un romanzo, ma vita vera – il fratello è altrettanto noto alle cronache per essere stato uno dei killer più inafferrabili della Locride, quel Pietro Criaco consegnato alla giustizia nel 2008, dopo ben dodici anni di latitanza – e come tale Zefira va ragionato nel suo essere tra narrazione e cronaca, andando a ricercare le sue peculiarità non tanto nella finzione narrativa, ma in ciò che l’ha generata.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)