Il dossier Gerusalemme
traduzione: Nello Giugliano
Edizioni e/o, 155pp
Nonostante
il titolo faccia pensare ad una spystory, questo secondo ed ultimo libro di
Joel Stone (l’autore è scomparso nel 2007) prende solo gli spunti del romanzo
d’azione per diventare una storia molto più intima ed universale. Levin, un
sessantenne ex agente dei servizi segreti israeliani, si reinventa detective
privato e si mette sulle tracce di Deborah Kaye e del suo presunto amante Karl
Weiss per conto del marito di lei. Quando Weiss viene ucciso, in quello che
sembra un attentato terroristico, è la stessa donna ad assumere Levin per far
luce sulla vicenda. Levin si ritrova, così, impegnato in una doppia indagine e
sempre più coinvolto dalla sua cliente. In
realtà, l’idea iniziale sembra essere solo un pretesto. Stone riduce gli
elementi e gli eventi al minimo – un marito geloso, una donna irresistibile ed un
detective solo e senza uno scopo – per lavorare più intensamente sull’atmosfera.
Levin
è un uomo che conosce i segreti e le verità della sua città ed è attraverso il
suo sguardo che Stone racconta Gerusalemme: un luogo desideroso di una
quotidianità “normale”, più occidentale, ma sempre in attesa; ne esce fuori,
ovviamente, una riflessione sul terrorismo, anch’essa altrettanto minimalista, direi
civica. Per Levin non c’è una guerra religiosa in atto, per lui esistono solo
le bombe, le vetrine che esplodono o la gente che si fa saltare in aria.
Da
un quartiere lontano o dal marciapiede di fronte, le esplosioni tagliano
trasversalmente la città, come un tuono fuori-campo che arriva ovunque e può
colpire chiunque.
La
paura, l’abitudine alla paura, le schegge, le vittime, quelli che corrono in
aiuto dei feriti, quelli che restano a terra, sono il sistema nervoso che regge
tutta Gerusalemme e la solidarietà che si crea tra i sopravvissuti, verso chi
si ama ed anche verso chi solitamente si odia, è il dilemma tra le righe di
questo thriller interrotto: “eccola la verità innominata del terrorismo. Non
era solo dalla minaccia esterna che ti ritraevi impaurito. Anche questo senso
di comunanza ti minacciava. Questa intimità poteva anche spingerti a fare le
valigie ed andar via”. Ed
è questo il vero Jerusalem file, è
un’atmosfera – declinata anche nell’assottigliarsi della trama – che piega ogni
avvenimento alla sua caducità, lo riduce all’attimo stesso in cui esso avviene
perché è quanto mai incerto quello successivo.
Luca Benedetti

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