giovedì 11 giugno 2015

Jaume Cabré - Signoria

JAUME CABRÉ recensione
Jaume Cabré
Signoria
traduzione: Ursula Bedogni
La Nuova Frontiera, 347pp

Sarebbe riduttivo parlarvi di Signoria come di un noir e lo sarebbe altrettanto parlarvene come di un romanzo storico. Signoria è un libro ricchissimo. Per la fluidità del linguaggio che passa dal registro alto a quello gergale, per i personaggi così vividi, che siano in primo piano o appena schizzati, per la flessibilità nello spostarsi da un genere all’altro, per la maestria con cui si fa beffe delle regole nel raccontare una parabola sul potere e sulla corruzione in una Barcellona di fine settecento eppure molto attuale. Al centro della storia c’è Don Rafel Massò, cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona che si ritrova per le mani l’omicidio della passionale Marie de l’Aube Desflors, cantante d’opera francese in visita in città. Dalle sommarie indagini risulta unico sospettato – e quindi colpevole – il giovane poeta Andreu Perramon, amante di una notte della burrosa artista e possessore, a sua insaputa, di uno scottante carteggio proprio sul giudice Massò. Un intreccio di eventi semplice ed irreversibile, un trampolino, per Cabré, che si lancia in una visuale a volo d’uccello su tutta Barcellona, mentre Andreu e Don Rafel diventano le pedine di un gioco più grande di loro, quello della alta società barcellonese, dei nobili, dei religiosi, degli arricchiti, dei letti, degli amanti e delle carriere. Un gioco a cui Cabré dà le tinte del grottesco, dove il dramma di Andreu si trasforma nella satira di Massò, arrivista in pubblico, guardone nel privato, sposato alla castissima Donna Marianna e per nulla disposto a rinunciare né al potere né a piaceri ben più libertini. Questi sono i due poli morali di Signoria, la lussuosa giostra dei salotti ed il gretto meccanismo che la fa girare. La virtuosità di Signoria, però, sta anche nel non compiacersi di questo acume, tanto che se Don Rafel non fa certo onore alla sua categoria, Cabré ce lo sa raccontare con un’ironia così tagliente e così bonaria che alla fine viene quasi da perdonargli i suoi peccati, dimentichi, persino, di scoprire chi abbia ucciso la Deflors all’inizio del libro e completamente distratti nell’inseguire per le vie di Barcellona un guidice Massò burattino e burattinaio di un sistema in cui “per la giustizia c’è peccato solo nella misura in cui se ne conosce l’esistenza”.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)

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