martedì 9 giugno 2015

Sara Vannelli - Guarda che me ne vado

recensione sara vannnelli
Sara Vannelli
Guarda che me ne vado
Leconte, 160pp

Nella prefazione Lidia Ravera parla di “scrittura orale… roba da teatro” ed è vero, perché, in effetti, la Vannelli per il teatro ha già scritto e perché a leggerli, questi racconti, viene voglia di sentirli. 
Una raccolta molto sonora, fatta di dialoghi serrati, pensieri ed interferenze, tirate di sigarette e zapping. 
Si comincia con una famiglia un po’ sfatta, poi seguono due amanti in procinto di dirsi addio, un vecchio dalla pronunciata arteriosclerosi, un ragazzo pronto ad un lucidissimo suicidio, la coppia omosessuale e quella eterosessuale, chi si chiede che cavolo di lavoro faccia Alba Parietti, chi parla solo in inglese, chi ha il ciclo e chi vomita di nascosto. 
Storie che, in realtà, non sono storie in tutto e per tutto, sono spezzoni, sezioni di storie, momenti che si perdono o si concentrano nella loro istantaneità. Tutti i protagonisti camminano molto sulle loro parole, vivono la velocità di un’esclamazione o di un gesto. 
Viene da pensare, però, non tanto a cosa la Vannelli abbia da dire, ma al come; perché una delle prime impressioni che si hanno leggendo è che questa scrittura non sia nata per piacere! Ritorno proprio sul discorso della sonorità: prevale una ricerca mirata alla qualità del parlato, alla cura dei dialoghi, verosimili e come tali anche imperfetti, immediati, confusi e diretti. 
Trattandosi di una raccolta ci sono ovviamente alti e bassi - da segnalare alcune letture imprescindibili: “Can’t we just kiss”, “Buongiorno, buongiorno”, “Chi è l’eroe di questo libro?”, “22° piano (Vespa non c’è)”, “Business class” e “A dirla tutta mi siedo anche’io” - ma ogni testo resta strettamente legato ad uno sperimentalismo che volentieri rifugge le regole o le aspettative del racconto; si alternano pagine a volte un po’ sfocate ad altre scritte in macro e con un’espressività tale che se da un lato non rende la lettura sempre semplice, dall’altro la fa più interessante. A dare, poi, un passo unitario a questi 29 racconti sembra essere sempre qualcosa che manca, qualcosa di non detto o di non vissuto, qualcosa di meno amaro, come un sorriso, un amore, un sensazione di maggiore tranquillità o di speranza.



Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.83 gennaio/febbraio 2010)

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