Mercè
Rodoreda
Via
delle Camelie
traduzione: Giuseppe Tavani
La
Nuova Frontiera, 202pp
A
neanche un anno dalla pubblicazione de La
piazza del Diamante (Pulp Libri 79), La Nuova Frontiera continua la
ristampa delle opere della catalana Mercè Rodoreda. Via delle Camelie – scritto nel 1966 e vincitore del
Premio Sant Jordi – inizia con una neonata abbandonata davanti al cancello di
un giardino, accanto a lei solo un foglietto di carta che recita “Cecilia Ce”,
un nome incompleto, una mezza identità, che, per tutta la sua vita, Cecilia
cercherà di completare. Un percorso amaro, fatto di molti uomini, aborti,
prostituzione e violenze. Se, però, per La
piazza del Diamante, la Rodoreda aveva scelto una Natàlia commovente e drammatica, con Cecilia crea una sorta di
vittima illesa dalle sue disgrazie, più portata al cinismo che al dolore, quasi
distante dalla sua stessa vita e mai veramente coinvolta e – volutamente – mai
coinvolgente. Vive di amori complicati, morbosi, velatamente freudiani, nati
dal caso o dall’opportunismo, ma senza un vero e profondo sentimento a
sostenerli; amori incompiuti, come le sue gravidanze, sempre interrotte, quasi
fossero un sintomo del destino della sua impossibilità di iniziare un percorso
di madre senza aver prima concluso il percorso di figlia. Una donna incompleta
quanto il suo nome, anche se è proprio dal confronto con la storia di quel nome
che Cecilia può recuperare una stabilità da cui ricominciare. La sua storia è
più un’involuzione che una crescita, non ha lo spirito palpitante di Natàlia, le sue preoccupazioni o le
sue paure. In perfetta aderenza al carattere di Cecilia è, poi, la prosa in
prima persona che la Rodoreda adotta per raccontare Via delle Camelie, fredda e senza eccessi. Probabilmente ne risulta
una protagonista difficile da amare ed alla quale affezionarsi, ed è vero, ma
la capacità espressiva della scrittrice catalana è stata proprio nel saper
raccontare la storia di un vuoto che, nel tentativo di colmarsi, si allarga
sempre di più e nel tratteggiare una Cecilia, al tempo stesso, bisognosa di
tutti e di nessuno, insensibile a se stessa perché se stessa non è mai
veramente stata, una figlia di nessuno, se non della sua Barcellona e delle sue
strade.
Luca Benedetti

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