venerdì 8 gennaio 2016

Luiz Ruffato - Sono stato a Lisbona e ho pensato a te

recensione lisbona
Luiz Ruffato
Sono stato a Lisbona e ho pensato a te
traduzione: Gian Luigi De Rosa
La Nuova Frontiera, 95pp

Luiz Ruffato, scrittore brasiliano più noto all’estero che Italia, dove è stato solo intravisto con Come tanti cavalli per Bevivino Editore, sbarca alla Nuova Frontiera con Sono stato a Lisbona e ho pensato a te, un libro sull’immigrazione, in particolare quella dei brasiliani nel vecchio continente, un tema non nuovo, ma confezionato in un testo breve, eppure un fiume di parole. Intensissimo. Ruffato presenta il suo racconto come “la testimonianza, leggermente modificata, di Sérgio de Souza Sampaio, nato a Cataguases (Minas Gerais, Brasile) il 7 agosto del 1969…”: un artificio a cui si aggiunge l’uso di una prima persona che consente una grandissima oralità a Ruffato, un parlato fitto, in cui virgolettato e discorso indiretto si mescolano di continuo in un racconto sereno, lucido ed anche ironico, sebbene regni forte la consapevolezza che quella nuova vita cercata in Portogallo non potrà, molto probabilmente, ricongiungersi con la vita che Serginho si è lasciato dietro. Ruffato demitizza il fascino che nell’immaginario del suo migrante brasiliano riveste ancora l’Europa, e quella di fare fortuna all’estero e tornare nel proprio paese è un‘illusione che non tarda a palesarsi come tale. Interessante scoprire, nella postfazione del traduttore, che il disincanto di Serginho abbia anche una forte dimensione linguistica che nella traduzione ovviamente si perde. Serginho è convinto che, essendo madrelingua portoghese, andare a Lisbona sia la scelta migliore, Ruffato invece dissemina la sua strada di portoghesi, brasiliani, angolani, saotomensi, capoverdiani che, seppur lusofoni, non parlano il suo stesso portoghese, così quel suo asso nella manica si trasforma in un ostacolo in più da superare. Deciso a cambiare vita dopo la nascita accidentale di un figlio ed un matrimonio con una ragazza poco stabile mentalmente, stanco delle diatribe tra le due famiglie per l’affidamento del piccolo Pierre e convinto, un giorno, di potersene tornare ricco a Cataguases per buttarsi nel commercio edilizio, Serginho scoprirà che «non siamo niente, “Non abbiamo neanche un nome”, siamo i brasiliani, “E cos’è che siamo in Brasile?”, sempre niente, siamo gli altri, “Che paese di merda!, terra di ladri e figli di puttana!». Una vivida citazione che chiosa il libro col il peso di un monito.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.89 gennaio/febbraio 2011)



Ian McEwan - Solar

recensione solar luca benedettiIan McEwan
Solar
traduzione: Susanna Basso
Einaudi, 346pp
  
Sin da prima della sua pubblicazione in originale, Solar era stato annunciato come il grande romanzo di Ian McEwan sul riscaldamento globale, ma se in molti si aspettavano un altro Henry Perowne – il coscienzioso e quadrato protagonista di Sabato – McEwan si affida ad un personaggio tutt’altro che predisposto a confrontarsi con la sfida del cambiamento climatico terrestre: Micheal Beard, un fisico di mezz’età, basso, grasso, adultero e ricambiato, opportunista ed incapace di affetti sinceri, un’autorità in materia per un premio nobel vinto in gioventù, ma da anni privo di una vera e propria idea rivoluzionaria. E remunerativa. Questa scelta che ha colpito sia la critica (soprattutto quella oltreoceano, che vi ha voluto vedere una satira d’autore sul mondo degli scienziati, spesso piegati a giochi di convenienza, potere ed invidie professionali) che i lettori, completamente impreparati alla comedy che è Solar. Una scelta, però, a ragion veduta, con cui McEwan evita il rischio di un romanzo/sermone dagli spiccati toni moraleggianti per farne una lettura più sottile, più piacevole, ma soprattutto inedita. Beard è sostanzialmente uno scettico approfittatore, ma è anche un coacervo di goffaggine e miopia, un personaggio-simbolo di una certa elité scientifica che a McEwan non piace, eppure è adorabile, un (anti)eroe – verrebbe da dire in stile Douglas Adams – che tra donne, vendette, equivoci, gag e sogni di gloria e fotosintesi reclama per sé tutta la scena, cui di apocalittico resta ben poco. Dunque, la qualità più evidente di Solar non è tanto la vena polemica o la trama in sé, bensì la grandissima capacità di McEwan di modellarsi ai propri bisogni pur rimanendo saldo sul suo stile; senza perdere il suo famoso bisturi letterario con cui ha fatto luce nella mente di tanti personaggi, con Micheal Beard rivela anche un’ironia ed una malizia che a tratti fanno pensare che non sia affatto un libro di Ian McEwan. La sequenza nell’Artico, quando Beard è certo di aver avuto un congelamento (ed un “distaccamento”) del pene, o quando la stampa lo trasforma in uno scienziato misogino e sessista, ne sono un esempio; e poi dicono che lo “Ian Macabre” dei primi libri ha posato la penna tanti anni fa! McEwan ancora una volta dimostra di saper scrivere di tutto, dei sentimenti, della guerra, della sua amata scienza o della leggerezza.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.89 gennaio/febbraio 2011)

Marco Lodoli - Italia


Marco Lodoli
Italia
Einaudi, 106pp

Dopo la parentesi scolastica con Il rosso e il blu, Marco Lodoli torna alla narrativa con Italia, ritratto di una famiglia romana rievocato dalla giovane governante che dà il titolo al libro.
Italia viene assegnata alla famiglia Marziali da un misterioso Istituto dove giovani ragazze orfane vengono allevate ed istruite per servire e prendersi cura delle persone presso cui presteranno servizio e, questo severo “destino”, che dell’Istituto pare quasi una legge, sarà per Italia il comandamento di una vita intera. La voce di Italia è quella di una narratrice attenta che sembra conoscere bene tutti i segreti della famiglia Marziali, soprattutto le debolezze che negli anni andranno sempre più acuendosi: il padre, che tiene ancora vivi i ricordi della Repubblica Sociale e che non riesce a farsi una ragione di una nazione che cambia, la madre con i suoi silenzi e la sua paura del mondo, i tre figli, Tancredi, Marianna e Giovanni, ciascuno con la propria strada che non riesce mai ad intrecciare quella degli altri. Italia ricorda gli amori di Marianna che la porteranno sempre più lontano da casa, sempre con un uomo differente, sempre quello giusto, Tancredi che sposerà la politica armata e fuggirà all’estero e Giovanni che, precoce lettore, sceglie la scrittura che non gli darà mai soddisfazione.
E Italia? Mi viene spontaneo pensare ad un’altra storia di Lodoli, Sorella: Italia e Suor Amaranta hanno percorsi inversi, l’una sembra non aver diritto ad una vita propria mentre l’altra, dal convento, viene invece spinta fuori a respirarla, la vita. Entrambe sembrano condurre due esistenze tanto marginali da sfiorare una patina di irrealtà, eppure Lodoli infonde loro un battito grandissimo, commovente, una bontà ed una semplicità che affiora nei gesti, nell’ingenuità o nella saggezza, e quelle piccole esistenze diventano piccole virtù.
Così Italia resta sempre con i Marziali, quasi una presenza sovrannaturale, che non invecchia mai, che osserva, non giudica ed aiuta, senza sentimenti per sé ma solo per gli altri, fino all’ultimo giorno, quando ogni figlio se n’è andato ed il vecchio ingegner Marziali esala l’ultimo respiro e ad Italia non resta che chiudersi bene la porta alle spalle ed andar via, l’ultimo gesto al servizio di una famiglia che non c’è più.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.89 gennaio/febbraio 2011)

Massimiliano Smeriglio - Garbatella combat zone

Massimiliano Smeriglio
Garbatella combat zone
Voland, 170pp. 

A chi non è di Roma, la parola Garbatella farà probabilmente pensare unicamente alla serie tv dei Cesaroni o alla Banda della Magliana, in realtà la sua storia inizia molto prima: questo quartiere di Roma Sud, vicino alla Basilica di San Paolo, nasce subito dopo la prima guerra mondiale come una borgata operaia, in vista dei successivi insediamenti industriali della zona, sullo stile delle città-giardino inglesi, con abitazioni divise in lotti, villini familiari e suggestive piazzette naturali tra una palazzina e l’altra; divenuta poi uno dei cuori delle Resistenza durante l’antifascismo, rimane tutt’oggi uno dei quartieri più tradizionalmente rossi della città. Una delle caratteristiche più intrinseche della Garbatella, però, cui Smeriglio fa appello per tutto il testo, è quella di esser sempre rimasta un quartiere dei romani - nonostante le varie riqualificazioni edilizie o le comparsate televisive più o meno recenti - immune a quel melting pot di tradizione e movida notturna che oggi contraddistingue il centro storico o Trastevere, e sempre fedele a quell’ideale di “paese nella città” che le dà tanto fascino. Massimiliano Smeriglio - Assessore alle Politiche del lavoro e della formazione della Provincia di Roma - conosce bene la Garbatella, vi abita e l’ha amministrata fino a pochi anni fa; con questo noir capitolino, un titolo davvero insolito nel catalogo Voland, ne racconta sia la coriacea romanità, sia un aspetto più antropologico e politico, quello delle ultime generazioni, sempre più disaffezionate alla politica e meno padrone dei propri retaggi. Questo il succoso impianto di Garbatella combat zone, la storia di Valerio Natali, giovane rapinatore acculturato, che tra Roma, Dubai ed il sud America sceglie la via più facile del crimine per non rimanere intrappolato in una vita senza prospettive, tra lavori saltuari ed ambizioni irrealizzabili. Una scelta violenta, germinata dalle storie del nonno partigiano e dai trascorsi dei suoi genitori con Lotta Continua, ma se in altri anni certi ideali erano ben chiari, per Valerio sono lontani ormai, sono una memoria per cui è difficile lottare ancora e ciò che resta è guardare altrove, lontano, dall’altra parte dell’oceano e lasciarsi tutto alle spalle.

Luca Benedetti

(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.88 novembre/dicembre 2010)

Mercè Rodoreda - Giardino sul mare

Mercè Rodoreda
Giardino sul mare
traduzione: Giuseppe Tavani
La NuovaFrontiera, 192pp 

Prosegue con La Nuova Frontiera la riproposta delle opere di Mercè Rodoreda, l’autrice catalana de La Piazza del Diamante e Via delle Camelie, ma se questi avevano esplorato l’universo femminile ed avevano una spiccata ambientazione barcellonese, Giardino sul mare presenta, invece, differenze sostanziali: la voce narrante non è più una giovane donna, ma un uomo già avanti negli anni, l’anonimo giardiniere della famiglia Bohigues e la storia è la sua rievocazione delle sei stagioni estive trascorse dai suoi datori di lavoro, e dai loro amici nella loro villa di un altrettanto anonimo paesino sulla costa poco distante da Barcellona. Datato 1967, Giardino sul mare venne scritto in quel prolifico periodo di scrittura ritrovata che negli anni sessanta vide la Rodoreda rinascere dopo un lungo periodo di inattività durante il suo volontario esilio politico dalla Spagna franchista. Una scrittura che definiva lei stessa una “necessità”, per continuare ad usare il catalano e recuperare ciò che aveva lasciato. Un libro nato forse più per esser scritto che esser letto: ecco allora riaffiorare dal passato, sotto forma del vecchio giardiniere di casa Bohigues, il nonno Pere Gurgui che trasmise alla piccola Mercè la passione per le lettere e per i fiori e così, ritagliata intorno a queste premesse, la figura del giardiniere sembra avere la presenza di un penate, gran lavoratore, attento, dai modi schivi ed al contempo curiosi, testimone volontario ed involontario di tutti gli avvenimenti della casa, dai più banali ai più significativi, dai piccoli vezzi di una famiglia agiata ai suoi eccessi: le gioie e le tristezze del padrone Francesc, della moglie Rosamaria, della maliziosa cameriera Miranda, del pittore Feliu Roca e di tutti gli avventori di quella villa in riva al mare, soprattutto dell’Eugeni, amore di gioventù di Rosamaria, ritornato come vicino di casa e non dimentico dei propri sentimenti. Con uno sguardo più oggettivo si potrebbe anche dire che il libro non risalti certo per una narrazione palpitante e dinamica, eppure ci si resta attaccati e la calma – ma non la lentezza – con cui procedono i ricordi vive proprio di questo, di piccoli grandi fatti, di dialoghi e particolari infusi però di un significato più prezioso altrimenti ignorato.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.88 novembre/dicembre 2010)

Piero Elia - La fortuna di perdere

recensione Piero Elia La fortuna di perdere
Piero Elia
La fortuna di perdere
Edizioni e/o, 256pp

Cantava Renato Carosone: “Storta va, deritta vene/sempe storta nun pò 'gghj/spisso 'o mmale porta 'o bbene/pò tardà, ma adda venì!”, ossia se qualcosa va storta prima o poi si raddrizzerà e finirà per il meglio, e queste parole – oltre ad aver ispirato il titolo provvisorio di questo libro - sono la confortante chiusa che i due protagonisti traggono dalle loro esperienze.
La fortuna di perdere è una brutta storia di bugie, politica ed odio, ma soprattutto è una storia di latitanza che nasconde ragioni tanto dolorose quanto verosimili. Anni ’70, Francesco e Riccardo sono amici, presi da donne, droga e contestazione politica, poi un giorno Francesco viene accusato di omicidio e scompare per sempre dalla vita di Riccardo. Anni’80, il padre di Francesco, facoltoso uomo d’affari, contatta Riccardo per metterlo sulle tracce del figlio, in India, antico amore dei due ragazzi. Riccardo non è un eroe o un idealista, la sua vita è ad un vicolo cieco, nulla sembra toccarlo più di tanto, ma la ricerca di Francesco lo coinvolgerà in una realtà fatta di segreti, depistaggi e violenza con cui per primo dovrà confrontarsi.
A far da sfondo, l’India, lo Sri Lanka, Delhi, Colombo, Kerala, e le LTTE, l’esercito secessionista delle Tigri tamil, che in quegli’anni combatteva la guerra civile per la costituzione della stato indipendente del Tamil Eelam nel nord-est dello Sri Lanka. Poi c’è l’Italia dei giochi di potere, delle lobby e dei movimenti di estrema destra che dagli anni settanta tornano violentemente nel presente di Riccardo e Francesco. Con una prosa netta e veloce, che un po’ toglie al sentimentalismo che potrebbe legare i protagonisti alla loro India, la storia procede in un concatenarsi di incontri e cambi di location solo apparentemente casuali e che fanno parte di un complesso puzzle di cui ogni tassello disseminato nel libro trova alla fine il suo posto. Terminata la lettura viene, però, da chiedersi “la fortuna di perdere cosa?”, forse certi ideali di gioventù, forse di restare fuori dai giochi e condurre una vita senza ombre, oppure la fortuna di perdere la strada vecchia per scoprirne una migliore.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.88 novembre/dicembre 2010)

martedì 30 giugno 2015

Scott Westerfeld - Leviathan

recensione scott westerfeld
Scott Westerfeld
Leviathan
traduzione: Tiziana Lo Porto
Einaudi, 400pp.

Dopo l’apertura al fantasy con Gli eroi del Crepuscolo di Chiara Strazzulla, Einaudi si apre anche allo steampunk. Stessa edizione di lusso, carta lucida ed illustrazioni. Stavolta, però, non parliamo di un autore esordiente ma di Scott Westerfeld, già noto in Italia, grazie a Mondadori e Newton Compton, per Uglies ed i Diari della Mezzanotte.
La premessa di Leviathan è l’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria del 1914, storico casus belli della Prima Guerra Mondiale. Westerfeld, però, rielabora i fatti storici in un’Europa completamente diversa dalla nostra: le maggiori potenze europee sono divise tra Darwinisti, seguaci delle scoperte di Charles Darwin e padroni di una avveniristica manipolazione del dna animale e Cigolanti, più guerrafondai e fedeli solo alle scienze meccaniche. All’ombra della guerra incipiente si incontrano Alek, il figlio senza titoli regali dell’arciduca, costretto alla fuga dalla aristocrazia austriaca mandante dell’omicidio e Deryn, una ragazza londinese che si finge un maschio per arruolarsi nell’aviazione britannica. E poi lei, la Leviathan, la gigantesca balena-dirigibile da guerra inglese in missione segreta verso l’Impero Ottomano.
In questo scenario di “integralismi scientifici” – quasi religiosi – Westerfeld mescola il gusto dell’avventura di un romanzo di Giulio Verne con l’immaginario di una certa animazione giapponese (Steamboy o Last Exile) ed il risultato sono un’ambientazione ed una varietà di particolari che fanno da vero nerbo a tutto il libro: la Leviathan stessa è più di una balena volante, ma un gigantesco ecosistema vivente abitato dagli uomini dell’equipaggio ed altri animali, mentre i mezzi armati dei Cigolanti, molto simili a futuristici mech robotici, sono alimentati a cherosene e pilotati con leve, manubri e valvole. Di contro, più deboli, seppur ben definiti,  risultano i personaggi che non sembrano nascondere sorprese per il lettore e che molto hanno da invidiare alle figure più “snelle” e vive dei midnighters dei Diari della mezzanotte.
La formula di Westerfeld resta sicuramente promettente, ma per un giudizio più completo bisognerà attendere i capitoli successivi Behemoth e Goliath.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.87 settembre/ottobre 2010)

Francesco Dimitri - Alice nel paese della vaporità

alice
Francesco Dimitri
Alice nel paese della vaporità
Salani Editore, 288pp

Trovare questo libro dopo tanto digiuno di fantasy et similia è stata una vera sorpresa che, devo confessare, mi ha riportato indietro di più di dieci anni quando scoprii Nessundove di Neil Gaiman nella vecchia collana Il libro d’oro della Fanucci e Le Piume di Vurt di Jeff Noon (Frassinelli, ormai introvabile; ed a questo punto non posso non citare anche il suo Alice nel paese dei numeri, sempre Frassinelli, sempre introvabile).
In calce al libro, una nota sulla Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, una patologia che distorce la percezione della realtà. Da questo spunto Dimitri rielabora il classico di Lewis Carroll inserendolo in un filone urban fantasy italiano che aveva esplorato con Pan un paio di anni fa.
Dell’Alice originale, però, si limita a riprendere alcuni nomi e personaggi ed a stravolgerli a suo piacimento – Alice è un’antropologa, il Coniglio Bianco un feroce assassino, lo stregatto un diavolo dei crocicchi – creando, prima di tutto, un mondo tutt’altro che meraviglioso, la Steamland, una sorta di terra di nessuno vicino una Londra vittoriana dal forte accento – ovviamente – steampunk, popolata da mutanti, reietti, vampiri, monaci samurai ed altri prodotti della vaporità del titolo: una sorta di evoluzione del vapore, uno scarto industriale, una sostanza allucinogena che permea tutta l’aria, tanto potente da mostrare continuamente una realtà distorta (o forse proprio la realtà effettiva) e tanto densa da poterci volare sopra.
Inutile dire che riprendere un classico è difficile, rischioso. Dimitri riadatta il necessario, non si lascia stringere da vecchi nodi e raggiunge una formula narrativa indipendente, strutturata attraverso quelli che definisce la Carne, l’Incanto e il Sogno, i tre Aspetti della realtà già elaborati in Pan.
Con queste premesse, l’avventura di Alice è esplorazione e lotta allo stesso tempo, un viaggio violento e sciamanico. La vaporità stessa non resta solo un elemento dell’ambientazione, ma dà una “filosofia” a tutta la storia. Ma qual è la storia?  Quella vera? Perché Dimitri va oltre il plot e la sua diventa una storia meta testuale, un libro nel libro che muta come muta la vaporità, prende una forma diversa e Alice Liddell diventa una delle tante possibili Alice Liddell delle tante possibili realtà.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Fred Vargas - Prima di morire addio

Fred Vargas
Prima di morire addio
traduzione: Margherita Botto
Einaudi, 196pp

Sicuramente la copertina cardinalizia e le bufere mediatiche di qualche mese fa sulla condotta morale di alcuni uomini di chiesa potrebbero attirare l’attenzione di un lettore affezionato e farlo sperare in una strana coincidenza tra quello che succede tra Italia e Germania e quella che potrebbe essere una variazione d’autore su questo tema. In realtà, in attesa della prima graphic novel della Vargas, Einaudi propone un ripescaggio d’annata, il 1994, precedente, insomma, a molti titoli che hanno dato fama allo pseudonimo della signora Frédérique Audouin-Rouzeau. Premessa dovuta, se non altro, per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Questo per chiarire che se Prima di morire addio tradisce un po’ le aspettative, dall’altro è un testo che non ha alle spalle il mestiere e le rifiniture che fanno della Vargas l’autrice che è oggidì. La scena si svolge a Roma, tra Piazza San Pietro, Borgo Pio e Piazza Farnese, dove viene ucciso Henri Valhubert, esperto d’arte venuto a Roma per visionare un’opera inedita di Michelangelo presso la Biblioteca Vaticana. Ad occuparsi del caso saranno l’ispettore Ruggeri del commissariato di via del Mascherino, dietro la città del Vaticano, e Richard Valance, venuto dalla Francia sulle tracce di Valhubert; coinvolti nelle indagini, la moglie della vittima, il figlio Claude ed i suoi amici Tiberio e Nerone, un terzetto di studenti francesi brillanti, dissoluti e fuori dagli schemi e protetti dall’occhio vigile del cardinale Lorenzo Vitaletti, amico della famiglia Valhubert. Per quanto il canovaccio vargassiano ci sia e per quanto vi si possano ritrovare gli abbozzi di un Danglard o dei tre Evangelisti, manca, però, quel mestiere cui si accennava in apertura; Roma stessa è poco più che nominata, l’ambiente vaticano si regge su un’ aurea data solo dal suo nome, ma ne esce privo di qualsiasi autorità e severità, mentre le suggestioni che un’ambientazione così potrebbe suscitare vengono delegate troppo alla fantasia dei lettori. Quello che lascia, però, più perplessi è la facilità con cui sembrano accadere le cose, una semplicità che rende il caso meno oscuro di quanto in realtà sia, nella speranza – di chi legge – che poi la risoluzione finale non sia la più scontata e banale. Un colpo al cerchio ed una alla botte: Prima di morire addio è un libro scritto con dieci anni di anticipo, deludente ma foriero di una cifra che fortunatamente già conosciamo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Marco Balzano - Il figlio del figlio

recensione balzano
Marco Balzano
Il figlio del figlio
Avagliano Editore, 168pp

Questo è un libro che fa bene.
I protagonisti sono padre, figlio e nipote della famiglia Russo, pugliesi di nascita e milanesi di adozione, che, per una comunissima diatriba familiare intorno alla vendita della vecchia casa al mare, fanno ritorno a Barletta per sistemare l’annosa questione.
Marco Balzano, anch’egli milanese di origini pugliesi, dopo un libro di poesie e di un saggio su Leopardi, fa il suo esordio nella narrativa con questo romanzo dallo spiccato accento autobiografico e lo fa con voce sicura ed un’enorme sensibilità, senza bravure forzate, vicoli ciechi o passi falsi.
I Russo non sono per nulla artificiosi nel loro essere personaggi, in poche pagine già sono Leonardo, Riccardo e Nicola, tre caratteri, tre storie che sono una storia sola: un contadino analfabeta che per seguire il figlio lavoratore abbandona tutto e si trasferisce in un Italia che non sarà mai la sua nuova casa, il figlio, già adulto sin da ragazzo, uomo pratico che si è costruito da solo, ed il figlio del figlio, Nicola, che, sempre vissuto al nord, non ha mai conosciuto la fatica o la povertà. Tre strade parallele che tornano indietro negli anni, costeggiando pezzi di storia familiare e confrontandosi inevitabilmente con un passato rimasto là, al sud. Ciascuno il suo.
Diversi sono i modi di pensare, di guardare le strade, di salutare le persone o di passare le giornate in quella vecchia casa piena di polvere e di oggetti, oggetti che sono sì loro, ma che ormai non gli appartengono più. Diversi sono i modi di parlare; è proprio il tassello della lingua, poi, che permette l’incastro più vivido, quello del dialetto, di cui l’ultimo genuino detentore è nonno Leonardo, figura monumentale in tutto il libro: l’unico per cui l’italiano è ancora un’altra lingua e che quello sradicamento dal sud non lo ha mai superato, l’unico che non è mai cambiato e che a quel rudere giù a Barletta ci tiene ancora.
Rubo una frase dall’introduzione di Luisa Adorno: “Pensai che per affezionarsi a qualcosa possono bastare le parole di un altro ha detto a un certo punto Balzano. Ecco, è proprio quello che è successo a me”. Questa, forse, è la sintesi migliore per capire l’intimità che si trova ne Il figlio del figlio e nell’incastro di rapporti a cui Balzano dà voce tra queste generazioni tanto diverse che difficilmente riescono ad amarsi nello stesso modo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.86 luglio/agosto 2010)

Joel Stone - Il dossier Gerusalemme

Joel Stone
Il dossier Gerusalemme
traduzione: Nello Giugliano
Edizioni e/o, 155pp

Nonostante il titolo faccia pensare ad una spystory, questo secondo ed ultimo libro di Joel Stone (l’autore è scomparso nel 2007) prende solo gli spunti del romanzo d’azione per diventare una storia molto più intima ed universale. Levin, un sessantenne ex agente dei servizi segreti israeliani, si reinventa detective privato e si mette sulle tracce di Deborah Kaye e del suo presunto amante Karl Weiss per conto del marito di lei. Quando Weiss viene ucciso, in quello che sembra un attentato terroristico, è la stessa donna ad assumere Levin per far luce sulla vicenda. Levin si ritrova, così, impegnato in una doppia indagine e sempre più coinvolto dalla sua cliente. In realtà, l’idea iniziale sembra essere solo un pretesto. Stone riduce gli elementi e gli eventi al minimo – un marito geloso, una donna irresistibile ed un detective solo e senza uno scopo – per lavorare più intensamente sull’atmosfera.
Levin è un uomo che conosce i segreti e le verità della sua città ed è attraverso il suo sguardo che Stone racconta Gerusalemme: un luogo desideroso di una quotidianità “normale”, più occidentale, ma sempre in attesa; ne esce fuori, ovviamente, una riflessione sul terrorismo, anch’essa altrettanto minimalista, direi civica. Per Levin non c’è una guerra religiosa in atto, per lui esistono solo le bombe, le vetrine che esplodono o la gente che si fa saltare in aria.
Da un quartiere lontano o dal marciapiede di fronte, le esplosioni tagliano trasversalmente la città, come un tuono fuori-campo che arriva ovunque e può colpire chiunque.
La paura, l’abitudine alla paura, le schegge, le vittime, quelli che corrono in aiuto dei feriti, quelli che restano a terra, sono il sistema nervoso che regge tutta Gerusalemme e la solidarietà che si crea tra i sopravvissuti, verso chi si ama ed anche verso chi solitamente si odia, è il dilemma tra le righe di questo thriller interrotto: “eccola la verità innominata del terrorismo. Non era solo dalla minaccia esterna che ti ritraevi impaurito. Anche questo senso di comunanza ti minacciava. Questa intimità poteva anche spingerti a fare le valigie ed andar via”. Ed è questo il vero Jerusalem file, è un’atmosfera – declinata anche nell’assottigliarsi della trama – che piega ogni avvenimento alla sua caducità, lo riduce all’attimo stesso in cui esso avviene perché è quanto mai incerto quello successivo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.85 maggio/giugno 2010)

Élmer Mendoza - Proiettili d’argento

ELMER MENDOZA RECENSIONEÉlmer Mendoza
Proiettili d’argento
traduzione: Pino Cacucci
La Nuova Frontiera, 271pp

Proiettili d’argento è il primo libro di Élmer Mendoza tradotto in Italia, ma l’ultimo di una serie che, in Messico, gli ha valso, da parte della critica, la definizione di narcoescritor. Professore universitario, intellettuale e romanziere, quando se ne parla ricorrono spesso nomi come Hammett, Joyce ed il nostro Sciascia, maestri dai quali Mendoza sembra aver attinto più di una lezione sullo scrivere e sull’essere uno scrittore.
Se al noir ed al hard-boiled è debitore per il personaggio di Edgar Zurdo Mendieta, “un semplice poliziotto di quarantatre anni che vestiva sempre di nero, non si radeva da tre giorni ed era ormai incapace di innamorarsi”, e se a Joyce si avvicina per uno stile fluidissimo, dove pensieri, azioni e dialoghi si fondono in un unico periodare, dinamico, breve ed adattissimo alla storia, di Sciascia segue, invece, le motivazioni.
Là dove, quindi, narcoescritor sembra un epiteto ad effetto, parlare di un noir sociale rende meglio l’idea: vivere e scrivere a Culiacán – capitale dello stato messicano di Sinaloa, una delle basi operative dei cartelli della droga – significa, intenzionalmente o meno, scrivere e descrivere anche la vita secondo la “cultura” del narcotraffico, una narcoconvivenza, fatta di sparatorie, omicidi e corruzione, che questa cultura ha radicato in città come Culiacán, Ciudad Juárez e Tijuana. Per questo Proiettili d’argento è un libro estremamente fisico, violento, dove la forma è sottomessa al ritmo ed il ritmo ad una realtà di fatto altrettanto violenta e difficile da controllare.
In questo modo le indagini di Zurdo Mendieta sull’omicidio del giovane avvocato Bruno Canizales, figlio di un noto candidato alle presidenziali, si intrecciano direttamente con la politica e con l’impero criminale della famiglia Valdés. Un impero che el Zurdo conosce bene ma che non sembra temere, ruvido nella sua sfrontatezza e nel suo intuito, distrutto nello spirito da un amore impossibile per la strepitosa Goga Fox, ma non nel mestiere, quando affronta la pupilla dei Valdés, Samantha, o quando non lo stupisce essere il bersaglio di attentati ed intimidazioni a colpi di mitra, mentre la risoluzione del caso diventa sempre più lontana. Perché a Culiacán, Messico, dove “la polizia è la più corrotta del mondo” ed a dettar legge sono i narcos con le loro faide ed i loro traffici, nessuno sembra essere il colpevole, o meglio, tutti sembrano avere le loro colpe ma ben poche risposte.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.85 maggio/giugno 2010)

giovedì 11 giugno 2015

Banana Yoshimoto - Delfini

banana yoshimoto recensione
Banana Yoshimoto
Delfini
traduzione: Alessandro Giovanni Gerevini
Feltrinelli, 175pp

Un mare denso. Questa l’immagine che ho avuto in mente durante tutta la lettura di Delfini.
Kimiko è una ragazza indipendente ed autonoma, senza troppi legami, neppure con il padre e la sorella. Dopo un flirt con Goro, un uomo già impegnato con una donna più grande, preferisce allontanarsi da lui senza approfondire ulteriormente il loro rapporto, portando con sé solo il ricordo di una romantica notte iniziata all’acquario di Tokio. Questa scelta la spinge via dalla città, prima come cuoca in un tempio frequentato da donne dai difficili trascorsi e poi, in solitudine, in una casa al mare imprestatale da un suo amico. Ad interrompere questo sereno vagabondare sarà un’inquietudine crescente che troverà una spiegazione solo grazie ad una ragazza conosciuta al tempio, e dotata di facoltà psichiche, che le rivelerà di essere incinta di Goro.
Una gestazione raccontata tra pagine di delicata semplicità ed altre dal sapore più gotico in cui la Yoshimoto lavora su due immagini fortissime nella mente di Kimiko: i delfini, visti all’acquario insieme a Goro alla vigilia del concepimento di Akane e gli animali imbalsamati da lei rinvenuti nella casa di villeggiatura. Questi sono probabilmente i passaggi più suggestionanti del libro, quasi fastidiosi, una sorta di limbo sensoriale dove quel mare denso arriva tutto, lentamente, con la sonnolenza di Kimiko, la sua perenne stanchezza, i malsani odori nella casa, i sogni sui delfini e sulla madre trapassata da tempo e quegli animali senza vita, sgradite suppellettili domestiche che diventano figure totemiche da interpretare ed esorcizzare e che altro non sono se non le incertezze sulla futura nascitura e sullo stesso Goro. Un libro sulla maternità che la Yoshimoto affronta come sa fare, attraverso i suoi temi più classici – il destino, la famiglia, l’amore, la morte – elaborando una gravidanza inattesa e disseminata di incontri, simboli, sogni ed incubi ad occhi aperti che convergono tutti nella nascita della piccola Akane. Una piccola genesi che passa per i luoghi oscuri dell’animo di una Kimiko che deve mettere in discussione la propria persona per confrontarsi con la complessità dell’essere donna, figlia ed ora madre e compagna di vita.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)

Gioacchino Criaco - Zefira

recensione criacoGioacchino Criaco
Zefira
Rubbettino, 193pp

Dopo il successo di Anime nere, sempre per Rubbettino, Gioacchino Criaco continua a raccontare la sua Calabria con una storia di uomini d’onore ed uomini di legge.
L’impianto è classico e godibilissimo: un “omicidio eccellente” sconvolge il tacito equilibrio criminale che regna tra i potenti di Zefira e la polizia, a seguire le indagini il commissario Luca Rustici, milanese da pochi mesi trasferito a Zefira. Poco rumoroso, solitario, ma curioso e con tutta una vita da recuperare (o da dimenticare), Luca Rustici è un filtro a maglie larghe dal quale man mano Zefira fuoriesce con tutta la sua bellezza e la sua crudezza. Ed è importante che questo protagonista non sia solo un veicolo di legge en plein, perché lascia modo a Criaco di creare una sorta di premessa emozionale con cui permea tutto il suo testo. Zefira è una storia sulla lontananza, una triplice lontananza.
Una di Rustici, lontano da casa, dal Nord, nella piccola e misconosciuta Zefira pronta a sedurlo, distrarlo e pilotarlo. L’altra dello Stato, delle istituzioni e delle regole che a Zefira sembrano essere assenti ed inefficaci ed infine la lontananza di Zefira stessa, irraggiungibile e forte delle leggi che si è fatta da sola.
La lezione che Rustici impara è che quando lo Stato non c’è, quando tutto viene deciso da troppo lontano per essere vero, allora “i zefiresi fanno da soli. Come sempre”.
Questa diversità, questa asimmetria tra uno potere e l’altro, è la leva che Criaco usa per sollevare il coperchio della trama e raccontare un luogo e la sua gente, quella comune e quella della ‘ndrangheta.
Ed allora forse è sbagliato parlare di Zefira solo come di “una storia”. Perché per Criaco questa non è solo l’ambientazione di un romanzo, ma vita vera – il fratello è altrettanto noto alle cronache per essere stato uno dei killer più inafferrabili della Locride, quel Pietro Criaco consegnato alla giustizia nel 2008, dopo ben dodici anni di latitanza – e come tale Zefira va ragionato nel suo essere tra narrazione e cronaca, andando a ricercare le sue peculiarità non tanto nella finzione narrativa, ma in ciò che l’ha generata.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)

Jaume Cabré - Signoria

JAUME CABRÉ recensione
Jaume Cabré
Signoria
traduzione: Ursula Bedogni
La Nuova Frontiera, 347pp

Sarebbe riduttivo parlarvi di Signoria come di un noir e lo sarebbe altrettanto parlarvene come di un romanzo storico. Signoria è un libro ricchissimo. Per la fluidità del linguaggio che passa dal registro alto a quello gergale, per i personaggi così vividi, che siano in primo piano o appena schizzati, per la flessibilità nello spostarsi da un genere all’altro, per la maestria con cui si fa beffe delle regole nel raccontare una parabola sul potere e sulla corruzione in una Barcellona di fine settecento eppure molto attuale. Al centro della storia c’è Don Rafel Massò, cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona che si ritrova per le mani l’omicidio della passionale Marie de l’Aube Desflors, cantante d’opera francese in visita in città. Dalle sommarie indagini risulta unico sospettato – e quindi colpevole – il giovane poeta Andreu Perramon, amante di una notte della burrosa artista e possessore, a sua insaputa, di uno scottante carteggio proprio sul giudice Massò. Un intreccio di eventi semplice ed irreversibile, un trampolino, per Cabré, che si lancia in una visuale a volo d’uccello su tutta Barcellona, mentre Andreu e Don Rafel diventano le pedine di un gioco più grande di loro, quello della alta società barcellonese, dei nobili, dei religiosi, degli arricchiti, dei letti, degli amanti e delle carriere. Un gioco a cui Cabré dà le tinte del grottesco, dove il dramma di Andreu si trasforma nella satira di Massò, arrivista in pubblico, guardone nel privato, sposato alla castissima Donna Marianna e per nulla disposto a rinunciare né al potere né a piaceri ben più libertini. Questi sono i due poli morali di Signoria, la lussuosa giostra dei salotti ed il gretto meccanismo che la fa girare. La virtuosità di Signoria, però, sta anche nel non compiacersi di questo acume, tanto che se Don Rafel non fa certo onore alla sua categoria, Cabré ce lo sa raccontare con un’ironia così tagliente e così bonaria che alla fine viene quasi da perdonargli i suoi peccati, dimentichi, persino, di scoprire chi abbia ucciso la Deflors all’inizio del libro e completamente distratti nell’inseguire per le vie di Barcellona un guidice Massò burattino e burattinaio di un sistema in cui “per la giustizia c’è peccato solo nella misura in cui se ne conosce l’esistenza”.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.84 marzo/aprile 2010)

mercoledì 10 giugno 2015

AA.VV. - aNobii. Il tarlo della lettura

recensione anobii
AA.VV.
aNobii. Il tarlo della lettura
Rizzoli, 493pp

Questa è una recensione un po’ metatestuale perché parla di un libro composto unicamente da altre recensioni. Per chi fosse a digiuno di social network, aNobii – da anobium punctatum, il c.d. tarlo della carta - è una piacevolissima community web creata da un ragazzo di Hong Kong di nome Greg Sung, dove anziché condividere foto e video, è possibile pubblicare la propria libreria online, recensire libri, scambiare opinioni e scoprire sempre nuovi materiali di lettura.
Il tarlo della lettura è un progetto italianissimo, nato all’interno della Rizzoli da un’idea di Angela Lombardo in sinergia con Barbara Sgarzi, referente di aNobii per l’Italia. Si tratta di un bel balenottero rilegato di cinquecento pagine con una impaginazione un po’ vintage, che ricorda le vecchie enciclopedie di qualche polverosa biblioteca, e le illustrazioni di Chiara Rapaccini che richiamano un po’ Quentin Blake e Sir John Tenniel, quelli di Roald Dahl e di Alice nel paese delle meraviglie per intenderci. Per mettere aNobii su carta sono state utilizzate le hit delle preferenze degli utenti per individuare i primi 100 libri in classifica e le relative recensioni più votate con un risultato di 500 recensioni ad opera di ben 333 lettori anobiiani (più una bonus track di altre 100 per i titoli di nicchia). Pur allontanandosi dal layout del sito, di questo si è mantenuta la navigabilità: per recensori, per titoli o per ambientazione, oppure seguendo nove inedite rotte per naviganti (senza pietà, il diritto di non finire, massimi sistemi, dove l’ho letto, questo film l’ho già letto, letto e riletto, semplicemente mi è piaciuto, passaparola, divorati e anche no).
Il tarlo della lettura è un libro per leggere chi legge, ma non si tratta semplicemente di un aNobii stampato! La scelta grafica, il curioso dato statistico che vuole gli utenti italiani di aNobii essere un terzo dei suoi utenti di tutto il mondo, gli interventi di editing limitati veramente al minimo per lasciare ogni recensione fedelissima all’originale online e la presenza di vere perle di bravura ci mettono davanti ad un esperimento interessante e sinora unico, un volume dalla duplice qualità, sia perché è oggettivamente uno sguardo sui lettori nostrani, sia perché assume la forma e la sostanza di un testo di critica alternativo, autoriale ma popolare allo stesso tempo.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.83 gennaio/febbraio 2010)

Knud Romer - Porco tedesco

recensione knud romer
Knud Romer
Porco tedesco
traduzione: E. Kampmann
Feltrinelli, 149pp

Esperto di letteratura comparata, pubblicitario di successo, attore per Lars Von Trier in The Idiots e sin ora autore di guide su argomenti anticonvenzionali e inconsueti, Knud Romer debutta in Italia con Porco tedesco, biografia della famiglia Romer tra la Germania della seconda guerra mondiale e la Danimarca dei primi anni sessanta. 
Piccola premessa: il titolo italiano ne nasconde uno originale, Den som blinker er bange for døden, dalla traduzione ben più austera (Chi batte ciglio ha paura della morte) e che spiega, forse meglio, lo spirito del libro.
Due sono le costanti nella vita del piccolo Knud, la nazionalità della madre Hildegard, tedesca trapiantata in Danimarca, e la piccola comunità di Nykøbing Falster, un paesino che finisce prima ancora di iniziare e dove la gente è tutt’altro che propensa ad accettare una seppur tranquilla e riservata famiglia che ancora gli ricorda il tedesco invasore degli anni di Hitler. 
In realtà, il filone xenofobo, sebbene sia il più vibrante, nel libro è molto tardivo e limitato agli ultimi anni, mentre buona parte della narrazione è dedicata ai nonni – forse le pagine più colorite del testo, quelle che farebbero pregustare una più romanzesca saga familiare, premessa poi ridimensionata – e alla giovinezza di Hildegard, legata alla resistenza antinazista e arrivata in terra danese in quegli anni ’50, quando la Danimarca sembrava un paese da fiaba e “dove tutte le cose erano piccole e sembravano giocattoli”. Nel dare forma a questa biografia, Romer sa passare dalla leggerezza al dramma e viceversa, mentre rispolvera volentieri alcune frasi nell’originale tedesco della sua infanzia, non come preziose citazioni, ma, più probabilmente, come un’ancora linguistica lanciata nel passato per non dimenticare quel retaggio teutonico così scomodo e importante. Porco tedesco è un tributo genealogico alla famiglia Romer, un susseguirsi di eventi, aneddoti e ritratti di famiglia in un disordine quasi richleriano – che si sa, si ama o si odia – lasciati liberi di scorrere tra le pagine senza un preciso ordine cronologico, esattamente come possono accavallarsi confusamente nella memoria i ricordi di una vita intera.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.83 gennaio/febbraio 2010)

martedì 9 giugno 2015

Sara Vannelli - Guarda che me ne vado

recensione sara vannnelli
Sara Vannelli
Guarda che me ne vado
Leconte, 160pp

Nella prefazione Lidia Ravera parla di “scrittura orale… roba da teatro” ed è vero, perché, in effetti, la Vannelli per il teatro ha già scritto e perché a leggerli, questi racconti, viene voglia di sentirli. 
Una raccolta molto sonora, fatta di dialoghi serrati, pensieri ed interferenze, tirate di sigarette e zapping. 
Si comincia con una famiglia un po’ sfatta, poi seguono due amanti in procinto di dirsi addio, un vecchio dalla pronunciata arteriosclerosi, un ragazzo pronto ad un lucidissimo suicidio, la coppia omosessuale e quella eterosessuale, chi si chiede che cavolo di lavoro faccia Alba Parietti, chi parla solo in inglese, chi ha il ciclo e chi vomita di nascosto. 
Storie che, in realtà, non sono storie in tutto e per tutto, sono spezzoni, sezioni di storie, momenti che si perdono o si concentrano nella loro istantaneità. Tutti i protagonisti camminano molto sulle loro parole, vivono la velocità di un’esclamazione o di un gesto. 
Viene da pensare, però, non tanto a cosa la Vannelli abbia da dire, ma al come; perché una delle prime impressioni che si hanno leggendo è che questa scrittura non sia nata per piacere! Ritorno proprio sul discorso della sonorità: prevale una ricerca mirata alla qualità del parlato, alla cura dei dialoghi, verosimili e come tali anche imperfetti, immediati, confusi e diretti. 
Trattandosi di una raccolta ci sono ovviamente alti e bassi - da segnalare alcune letture imprescindibili: “Can’t we just kiss”, “Buongiorno, buongiorno”, “Chi è l’eroe di questo libro?”, “22° piano (Vespa non c’è)”, “Business class” e “A dirla tutta mi siedo anche’io” - ma ogni testo resta strettamente legato ad uno sperimentalismo che volentieri rifugge le regole o le aspettative del racconto; si alternano pagine a volte un po’ sfocate ad altre scritte in macro e con un’espressività tale che se da un lato non rende la lettura sempre semplice, dall’altro la fa più interessante. A dare, poi, un passo unitario a questi 29 racconti sembra essere sempre qualcosa che manca, qualcosa di non detto o di non vissuto, qualcosa di meno amaro, come un sorriso, un amore, un sensazione di maggiore tranquillità o di speranza.



Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.83 gennaio/febbraio 2010)

mercoledì 3 giugno 2015

Mercè Rodoreda - Via delle Camelie

recensione rodoreda
Mercè Rodoreda
Via delle Camelie
traduzione: Giuseppe Tavani
La Nuova Frontiera, 202pp

A neanche un anno dalla pubblicazione de La piazza del Diamante (Pulp Libri 79), La Nuova Frontiera continua la ristampa delle opere della catalana Mercè Rodoreda. Via delle Camelie scritto nel 1966 e vincitore del Premio Sant Jordi – inizia con una neonata abbandonata davanti al cancello di un giardino, accanto a lei solo un foglietto di carta che recita “Cecilia Ce”, un nome incompleto, una mezza identità, che, per tutta la sua vita, Cecilia cercherà di completare. Un percorso amaro, fatto di molti uomini, aborti, prostituzione e violenze. Se, però, per La piazza del Diamante, la Rodoreda aveva scelto una Natàlia commovente e drammatica, con Cecilia crea una sorta di vittima illesa dalle sue disgrazie, più portata al cinismo che al dolore, quasi distante dalla sua stessa vita e mai veramente coinvolta e – volutamente – mai coinvolgente. Vive di amori complicati, morbosi, velatamente freudiani, nati dal caso o dall’opportunismo, ma senza un vero e profondo sentimento a sostenerli; amori incompiuti, come le sue gravidanze, sempre interrotte, quasi fossero un sintomo del destino della sua impossibilità di iniziare un percorso di madre senza aver prima concluso il percorso di figlia. Una donna incompleta quanto il suo nome, anche se è proprio dal confronto con la storia di quel nome che Cecilia può recuperare una stabilità da cui ricominciare. La sua storia è più un’involuzione che una crescita, non ha lo spirito palpitante di Natàlia, le sue preoccupazioni o le sue paure. In perfetta aderenza al carattere di Cecilia è, poi, la prosa in prima persona che la Rodoreda adotta per raccontare Via delle Camelie, fredda e senza eccessi. Probabilmente ne risulta una protagonista difficile da amare ed alla quale affezionarsi, ed è vero, ma la capacità espressiva della scrittrice catalana è stata proprio nel saper raccontare la storia di un vuoto che, nel tentativo di colmarsi, si allarga sempre di più e nel tratteggiare una Cecilia, al tempo stesso, bisognosa di tutti e di nessuno, insensibile a se stessa perché se stessa non è mai veramente stata, una figlia di nessuno, se non della sua Barcellona e delle sue strade.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.81 settembre/ottobre 2009)

Ian McEwan - For You

Ian McEwan
For You
traduzione: Susanna Basso
Einaudi, 106pp

Negli anno ‘80 Ian McEwan e Michael Berkeley – compositore e marito dell’agente letterario di McEwan, Deborah Rogers – collaboravano alla stesura di Or Shall We Die?, un oratorio sulla problematica del nucleare. A trent’anni di distanza, sono tornati a lavorare insieme in For You, un’opera teatrale commissionata dal Music Theatre Wales di Cardiff e che in terra inglese ha già suscitato parecchio interesse da parte degli appassionati. For You ruota attorno ad una domanda, ossia, quanto il potere o il talento di un uomo possano giustificare un suo comportamento licenzioso e libertino. McEwan crea, così, il suo dramatis personae con Charles Frieth, sessantenne direttore d’orchestra, compositore e donnaiolo, la di lui moglie ammalata quanto tradita, il di lei dottore innamorato, un segretario tutto fare, una suonatrice di corno e Maria, la governante polacca di casa Frieth. Genio creativo, sesso, musica, tradimento e misunderstanding sono gli elementi che McEwan rielabora insieme ai suoi personaggi per i due atti di For You. Così tornano l’instabile Jad Perry de L’amore fatale nelle vesti di Maria, quel Clive Linley tanto ossessionato dalla sua musica in Amsterdam o le inesorabili conseguenze di un equivoco del bellissimo Espiazione. Vi è persino una scena in between the sheets, tra le lenzuola, come recita il titolo di una sua raccolta di racconti. In una intervista rilasciata al Times su questa sua virata artistica nel libretto d’opera, McEwan ha confessato di non apprezzare molto certe produzioni operistiche, troppo spesso caratterizzate da musiche di gran qualità, ma da plots poco interessanti. Sceglie, così, un approccio diverso, basato su di uno “psychological realism”, un realismo psicologico, più stimolante e nelle sue corde, con la ferma intenzione di salvaguardare non solo un maggior equilibrio qualitativo tra testo e musica, ma anche la loro fruibilità, tanto da pretendere che l’opera fosse sottotitolata durante tutta la rappresentazione stessa.

Luca Benedetti
(originariamente pubblicato su Pulp Libri n.81 settembre/ottobre 2009)